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6 Giugno 2010, 10:44
Deadline #33. Forme dell’arte colte dal vivo su Wiener Festwochen, a Vienna.
(di Elfi Reiter) A volte è interessante individuare un filo rosso che attraversa alcuni spettacoli benché esso non sia evidente. Mi è capitato di trovarne tra alcuni appuntamenti dell’annuale festival di teatro a Vienna, Wiener Festwochen, in particolare tra: la maratona di nove ore Lipsynch di Robert Lepage, la nuova coreografia elaborata dalla compagnia Damaged Goods di Meg Stuart, Do animals cry? e la nuova produzione del Jaunais Rigas Teatris sotto la guida di Alvis Hermanis Kapusvetki, la festa della morte. Continua a leggere ‘Luce disumanizzante’ »
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30 Maggio 2010, 05:54
Deadline #32. Forme dell’arte colte dal vivo su Nearly Ninety 2 di Merce Cunningham a Montréal, Canada
(di Enrico Pitozzi) La scena ha perso il 26 luglio 2009 Merce Cunnigham, figura di punta della scena del secondo Novecento. Grande innovatore capace di introdurre una visione estetica innovativa nella composizione del movimento, egli ha legato indissociabilmente la coreografia al suo tempo, contribuendo così a portare la danza nel novero delle arti maggiori. Per la danza, ma anche per la scena nel suo complesso, esiste un prima e un dopo Merce Cunningham.
Il suo ultimo spettacolo, Nearly 90, presentato in prima mondiale il 16 aprile 2009 alla Brooklyn Academy of Music di New York – in occasione del suo novantesimo compleanno –, contava su un imponente allestimento scenico ideato dall’architetto italiano Benedetta Tagliabue. Continua a leggere ‘Monadi e geometrie dello spazio’ »
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3 Aprile 2010, 05:19
Deadline #31. Forme dell’arte colte dal vivo su Intolerance dell’Accademia degli artefatti, in anteprima al Florian Teatro di Pescara
(di Giulia Palladini) Intolerance si svolge nel corpo di una donna.
E’ seduta di fronte a noi, Francesca Mazza, indossa una vestaglia a fiori e ha in mano un libro, che legge distrattamente. Quando lo spettacolo ha inizio rivolge lo sguardo e il discorso agli spettatori; e poi li posa sul proprio ventre, cullando con la voce ciò che esso contiene, toccandolo con amore.
Ci appare una madre che parla al proprio bambino, durante una colazione al succo di mirtillo, perché la caffeina fa male ed è meglio iniziare la giornata con alimenti salutari. I suoi occhi si sporgono a guardare in basso, oltre il seno, mentre parla al ventre del proprio corpo, che non è più bambino. Poco altro ci è dato di osservare, in questo proscenio schiacciato su un pesante sipario di velluto rosso, oltre il quale - ci racconta la donna- c’è una famiglia che si prepara per iniziare la giornata. Un padre, sotto la doccia; un bambino che guarda un dvd prima di andare a scuola. Continua a leggere ‘L’intolleranza nel corpo di una donna’ »
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26 Febbraio 2010, 02:44
Deadline #30. Forme dell’arte colte dal vivo su Miroku di Teshigawara
(di Enrico Pitozzi) Lo spazio è monocromo e vuoto, chiuso sui tre lati sui quali linee di luce lasciano segni passeggeri e vibranti di colore. Al centro del palco un tratto rosso, il corpo di Teshigawara. Così si apre la scena di Miroku (2007) del coreografo giapponese. Questo lavoro si lega idealmente ad uno stato di transizione della materia al contempo dura e fragile, che possiede caratteristiche di magnetismo simili al metallo. Transizione e magnetismo, associati allo stato della materia, si coagulano dando origine ad una performance singolare che prende avvio da una serie di solo. L’intero lavoro si dipana in una successione di quadri dal forte impatto cromatico in cui il corpo di Teshigawara istituisce una serie di relazioni con la materia della scena: dall’aria alla luce, passando per il suono. Si disegna così quella qualità prismatica che segna il pensiero coreografico di Teshigawara, giocato sulla sospensione e sulla ripresa accelerata di un movimento, capace di passare da una gestualità impercettibile al vigore compositivo fatto di scarti di spazio e ritmo. Continua a leggere ‘Disporre tracce sulla superficie dell’aria: un’immagine del tempo’ »
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20 Febbraio 2010, 12:57
Deadline #29. Forme dell’arte colte dal vivo su Speak spanish di Mk
(di Viviana Gravano) Nel 1974 Luigi Ghirri realizza un lavoro fotografico composto di 365 fotografie, scattate apparentemente una ogni giorno per un intero anno, semplicemente alzando la macchina al cielo. Il lavoro si intitola: Infinito. L’idea gli era venuta trovando in un mercatino un diario scritto a mano, forse da una mano femminile, che annotava ogni giorno il tempo meteorologico. In realtà il grande mosaico fotografico di Ghirri è sì composto da 365 fotografie, ma queste si ripetono girate, capovolte e così via. In un suo testo, lo stesso artista descrive l’opera: “In Infinito, la sequenza temporale di un anno per un totale di 365 fotografie è così anch’essa insufficiente per ridare un’immagine del cielo. Neanche un linguaggio fotografico, iterazione, ripetizione progettata, sequenza temporale, è sufficiente a fissare l’immagine di un aspetto naturale. Infinito diventa così un possibile atlante cromatico del cielo; 365 possibili cieli.” (Luigi Ghirri, Niente di antico sotto al sole. Scritti e immagini per una autobiografia, Società Editrice Internazionale, Torino 1997, p. 36). Continua a leggere ‘Geografia e critica del “folklore”’ »
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12 Febbraio 2010, 11:50
Deadline #28. Forme dell’arte colte dal vivo su Fiabe Italiane di John Turturro
(di Igor Vazzaz)Un sipario di panni bianchi, spiegati su fili tesi dai palchetti di barcaccia: immagine solare e popolana di un’Italia che, da oltreoceano, conserva i colori arcaici d’una gaia povertà mai scrollatasi di dosso, nell’immaginazione dei figli e dei nipoti di chi affrontò l’emigrazione. Accade, invece, che in Italia si torni, celebri e celebrati, a onorar da artisti il trecentesimo anniversario del Carignano torinese, in una produzione che coinvolge Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Ed è con un ulteriore omaggio alle origini, dopo Questi fantasmi! di Eduardo (Souls of Naples, regia di Roman Paska) del 2005, che John Turturro calca di nuovo le tavole nostrane, assumendosi questa volta pure le responsabilità di regista e coautore drammaturgico.
Il suo variopinto Fiabe italiane, ispirato alle raccolte di Calvino, Basile e Pitrè, rappresenta un banco di prova interessante per considerazioni che vadano al di là d’uno spettacolo condotto con timida educazione dall’italoamericano e che, nell’insoddisfatta ricezione di critica e pubblico, solleva una serie di problemi che val la pena analizzare. Continua a leggere ‘Fiabe italiane di John Turturro. Anatomia di un fallimento’ »
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5 Febbraio 2010, 11:00
Deadline # 27: forme dell’arte colte dal vivo su Le signorine di Wilko di Alvis Hermanis
(di Annalisa Sacchi) La scena di Alvis Hermanis stavolta non odora.
Di fronte alle stanze decrepite del suo Long life, alla comune hippie dello splendido The sound of silence, davanti alla camera misera di Sonja si era assaliti immediatamente da un odore, la cui dominante piombava lo spettatore nell’atmosfera dello spettacolo. Era nostalgico l’odore di The sound of silence, odore del ’68 mitico che si ripesca nei negozi vintage, nei mercatini, nelle spoglie della giovinezza delle mamme. E l’odore di Long life impudico, odore di vecchiaia, di consunzione delle cose, di carni mal lavate, come se di fronte all’estinguersi della vita i corpi volessero impregnare più profondamente le stanze, gli oggetti, i vestiti. La madeleine di Proust ha un odore prima che un sapore.
Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo. Continua a leggere ‘Wilko, le signorine e l’odore del fieno’ »
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22 Gennaio 2010, 04:00
Deadline # 26: forme dell’arte colte dal vivo sul progetto The GamelaTron di Zemi 17 e The League of Electronic Urban Robots, Brooklyn, NY
(di Giulia Palladini) C’è un uomo seduto di fronte a un computer, circondato da un’orchestra di robot. Gli strumenti sono quasi tutti di bronzo: gong, xilofoni, metallofoni, tamburi, campanelli e altro ancora. Si tratta di un ensemble di Gamelan, orchestra che ha preso forma nella tradizione musicale dell’isola di Java e si è diffusa successivamente soprattutto a Bali, quando la componente induista è stata scacciata dall’isola con l’avvento dell’Islam nel territorio. La musica del Gamelan, infatti, era nata come musica sacra, capace di riconnettere gli uomini con la divinità attraverso la risonanza del bronzo ed è tuttora profondamente legata alla pratica cerimoniale induista. Ogni tono, secondo la tradizione, corrisponde infatti a precise posizioni cardinali e comunica direttamente con diverse divinità. Nel mito fondativo del Gamelan, gli dei stessi avevano istruito Sang Hyang Guru a costruire con precisione i suoi strumenti di bronzo e istruire gli uomini a suonarli e raggiungere una certa frequenza, al fine di interpellare gli dei.
Prima che il concerto abbia inizio, l’uomo seduto di fronte al computer, attorniato da robot agghindati come musicisti indonesiani, racconta al suo pubblico una leggenda. Continua a leggere ‘The GamelaTron: il passato raccontato dal futuro’ »
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11 Dicembre 2009, 06:59
Deadline #25: conversazione collettiva con Mike Leigh, regista inglese dei pluripremiati “Belle speranze”, “Segreti e bugie”, “Il segreto di Vera Drake” e in ultimo: “La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky”
(di Elfi Reiter) Cosa direbbe Mike Leigh a un giovane cineasta che vuole fare il suo mestiere? “Oggi, dopo la prima decade del nuovo millennio la buona notizia è che tutti possono uscire e fare i loro film, perché la tecnologia lo permette. Per cui: fate cinema e non scendete mai a compromessi! Fate i vostri film che vi stanno a cuore, e non imitate altri film! Cercate nuovi linguaggi che esprimono i vostri punti di vista! Fate ciò che sentite di fare e guardate il mondo, non gli altri cineasti o i loro film o i vari riferimenti. Il mondo è talmente ricco di materiali e di stimoli, che vi si può attingere a piene mani a livello personale”. Lo ha detto a Torino, al Sottodiciotto Film Festival (della cui decima edizione “art’o” è stato mediapartner) che gli ha dedicato una retrospettiva (a cura di Stefano Boni e Massimo Quaglia) accompagnata da un volume intitolato al regista inglese che nei suoi film descrive un universo a volte surreal-reale, molto british, ma facilmente allargabile ad altre latitudini. Nato a Salford nel Lancashire nel 1943, Leigh ha studiato dapprima alla Royal Academy of Dramatic Arts, poi pittura e infine cinema alla London Film School. Ha esordito in teatro con una pièce di Pinter (nel 1962) e nel cinema con Bleaks Moments (Momenti tristi) quasi dieci anni dopo, nel 1971. Negli anni settanta/ottanta ha curato numerose regie teatrali e tv di grande successo, finché nell’88 sfonda sul grande schermo con Belle speranze (High Hopes), presentato anche a Venezia. Continua a leggere ‘“Fare un film significa scoprirlo”: Mike Leigh parla del suo cinema’ »
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30 Ottobre 2009, 09:57
Deadline #24: forme dell’arte colte dal vivo su Void Story di Forced Entertainment
(di Viviana Gravano) Void story dei Forced Entertainment è un’iperbole dell’idea di collage, o se si vuole di cut-up. È un testo drammatico che è un collage perfetto di tutte le nostre paure “comuni”; è un collage fotografico di immagini tratta da Google, Flickr e simili, rimontate come un assemblaggio di fotocopie in bianco e nero; è un collage live di video, immagine fissa, radio-dramma, recitazione e doppiaggio; è un collage tra video, libro, teatro e cinema. Una grande proiezione al centro, che fa le veci di un video, ma in realtà è una sorta di fotoromanzo proiettato, racconta la storia surreale, eppure almeno possibile, di una coppia che si trova a vivere in una sorta di futuro prossimo devastato da povertà, guerre, pestilenze, violenza e morte. Il paesaggio, postindustriale nel senso di una visione urbana devastata e implosa, è stato ricavato da Tim Etchells – autore di testi, immagini e regia – da una serie di cut up fatti dai cieli e dai panorami scaricati da Google e poi ritrasformati in immagini in bianco e nero simili a vecchie fotocopie rigate dalla mancanza di toner. Continua a leggere ‘Un radiodramma fotocopiato’ »