Archivio LSD

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LSD #8 - Retranslation e il processo di scomposizione e ricomposizione.

lsd.gifLSD - Laboratorio di Scrittura Deformante è uno spazio in cui si tenta una scrittura per lampi, fatta non di approfondimenti filologici o schedature estetiche dell’oggetto spettacolare, quanto di fughe in avanti, di spaesamenti, di originali perturbazioni. Una modalità “lisergica” dell’approccio critico.

Su Retranslation |  final unfinished portrait (Francis Bacon) |  figure inscribing a figure  di  Peter Welz e William Forsythe, visto a Romaeuropa Festival il 6 ottobre 2009 - di Sarah Paroletti

Durante il processo percettivo sono implicati un oggetto e un soggetto della percezione, una relazione spaziale tra i due, un comportamento di orientamento per migliorare la conoscenza dell’oggetto, una scomposizione dell’oggetto secondo gli stimoli mandati dai diversi sensi, una ricomposizione di essi che porta alla produzione di un’immagine interna dell’oggetto.
Quest’ultimo passaggio si avvale anche dell’aiuto delle conoscenze memorizzate, che favoriscono un riconoscimento di quanto viene percepito.
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LSD #7 - I possibili luoghi dello spettatore

lsd.gifLSD - Laboratorio di Scrittura Deformante è uno spazio in cui si tenta una scrittura per lampi, fatta non di approfondimenti filologici o schedature estetiche dell’oggetto spettacolare, quanto di fughe in avanti, di spaesamenti, di originali perturbazioni. Una modalità “lisergica” dell’approccio critico.

Su Sì l’ammore no di Kataklisma/amnesiA vivacE/Daniele Timpano, Primi passi sulla luna di Andrea Cosentino e K465 di Immobile Paziente, visti a SHORT THEATRE, visto a Roma il 14 Settembre 2009, di Sarah Paroletti

Riflessioni sui luoghi possibili dello spettatore

Dove viene posizionato oggi il pubblico rispetto allo spettacolo?
Non quali sono i nuovi spazi della performance, ma quali sono i luoghi possibili dello spettatore?
Tre performance per la rassegna Short Theatre, tre diverse modi di coniugare questo tema e tre riflessioni dal punto di vista di uno spettatore-critico.

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LSD #6 - Quando l’intelligenza artificiale è fatta di muscoli, ossa e nervi.

lsd1.gifLSD - Laboratorio di Scrittura Deformante è uno spazio in cui si tenta una scrittura per lampi, fatta non di approfondimenti filologici o schedature estetiche dell’oggetto spettacolare, quanto di fughe in avanti, di spaesamenti, di originali perturbazioni. Una modalità “lisergica” dell’approccio critico.

Su ENTITY di Wayne McGregor/Random Dance visto a Milano , di Annalì Rainoldi

La danza è spesso descritta come il primo ed essenziale strumento di comunicazione non verbale. Ma come avviene la trasmissione di idee attraverso il mezzo del corpo, cosa può offrire il linguaggio coreografico nel tentativo di rivestire di senso e restituire le tensioni del mondo in cui viviamo? Quale sinestesia corre tra corpo e cervello nell’esplorazione dell’ambiente attraverso il movimento? Secondo quali dinamiche il lavoro del cervello ha impatto sulla coreografia?

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LSD #5 - L’attualità di un Quore di dieci anni fa

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Su Quore di Raffaella Giordano, visto a Roma al Teatro Palladium il 28 Gennaio 2009 - di Sarah Paroletti

“E io Tiresia ho pre-sofferto tutto. Ciò che si compie su questo stesso divano o questo letto; Io che sedei presso Tebe sotto le mura e camminai fra i morti che più stanno in basso. Accorda un bacio finale di protezione, e brancola verso l’uscita, trovando le scale non illuminate…” - The Waste Land, T. S. Eliot

Torinese di nascita ma internazionale ed eterogenea dal punto di vista della formazione, Raffaella Giordano inizia a studiare danza a 17 anni, presso la scuola Bella Hutter con le insegnanti Carla Perotti e Anna Sagna. Dopo soli due anni entra nella compagnia Teatro e Danza La Fenice di Venezia, diretta da Carolyn Carlson, mentre nel 1981 è nel Wuppertal Tanztheater di Pina Bausch, due maestre molto diverse che le hanno dato però gli strumenti per procedere da sola.
Le collaborazioni spaziano anche al di fuori del mondo della danza, infatti è del 1990 la partecipazione allo spettacolo Il Muro di Pippo Del Bono, del 1995 invece la parte nel film Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci, mentre nel 2003 è impegnata con Alessandro Baricco nella realizzazione del City Reading Project - Nove Notti, Cento Pagine, durante il RomaEuropa Festival. La sua attività di coreografa inizia già nel 1984, quando insieme a Michele Abbondanza, Francesca Bertolli, Roberto Castello, Roberto Cocconi e Giorgio Rossi fonda la Compagnia Sosta Palmizi, ricostituita nel 1995 come Associazione Culturale Sosta Palmizi, diretta solamente da Rossi e Giordano. Nel 1999, grazie al sostegno del C.N.D.C. L’Esquisse d’Angers e al Progetto Regionale ToscanaDanza, debutta con Quore. Per un lavoro in divenire, spettacolo che nel 2000 le vale il Premio Speciale UBU: «per aver gettato con il suo Quore. Per un lavoro in divenire uno sguardo critico sulla realtà e più in generale per il coraggio e l’intensità delle scelte coreografiche da lei operate nel suo teatro-danza al di là della danza». Le scelte operate dalla Giordano sono così ardite che questo spettacolo continua a colpire e a sollevare domande anche a dieci anni di distanza, poiché lo spiazzamento e l’incertezza che crea sono tali che investono ogni livello, di ricezione, di analisi e di critica. Sin dall’inizio esso si presenta inafferrabile, con l’impossibilità per lo spettatore di coglierne i confini temporali di inizio e fine, che si materializzano e si dissolvono come una nebbia, caratterizzando così ciò che avviene sul palco più come un evento che come uno spettacolo. In mezzo al vociare del pubblico la Giordano entra in scena, le luci della sala restano accese: primo smarrimento dello spettatore, che sottratto alla comoda condizione di voyeur solitario, è spinto a divenire parte di ciò che avviene, ad avvicinarsi, a sentirsi moltitudine e non più unità, a esser visto oltre che a vedere.

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LSD #4 - Menske di Wim Vandekeybus: tra teatro e gioco elettronico cinematografico

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Su Menske di Wim Vandekeybus di Annalì Rainoldi

In un vortice di rimbalzi e cadute, nel rappresentare temi esistenziali antitetici che indagano i rapporti tra vita e morte, potere e libertà, identità e memoria, negazione e risentimento, ricordi e oblio, ricerca di vie di fuga e accomodamento nello status quo, Wim Vandekeybus porta in scena una comunità di dieci uomini, dieci piccoli uomini, menske appunto, che trascinano con sé i propri caratteri, le proprie crisi e indagano le loro paure e i loro limiti. Menske, in scena al Teatro degli Arcimboldi sabato 22 novembre, apre il festival Exister_08/09 - contaminazioni, presentandosi come manifesto della rassegna: una miscellanea di colori e sfumature, uno spettacolo eterogeneo, multiforme, giocato su un’alternanza di testi recitati, confessioni sussurrate, denunce urlate, gesti ripetuti, danze impastate di contatti, feline rotolate al suolo, salti, arrampicate, voli, effetti scenografici.  Lo spettacolo ha inizio con un lungo monologo dalle tinte beckettiane: un attore investito di una doppia personalità, bombardato dal suo alter ego con pressanti domande, è armato di un apparecchio con cui ingombra la scena di una vasta coltre di fumo, come per cancellare tracce, modificare percorsi, rimandare domande irrisolte nei luoghi della dimenticanza. All’uomo che ha perso la cognizione del tempo e dello spazio segue una donna alla ricerca di uscite di emergenza, scappatoie, circondata da un labirinto di cavi cui sono agganciati i performer che la circondano in un gioco di scambi, creando attorno a lei un sistema di forze centripete che la costringe a svincolarsi scivolando sotto di essi, saltando come un acrobata in una gabbia di animali feroci.

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LSD #3 - Caos organizzato nel micromacrocosmo di Hofesh Shechter

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Su Uprising e In your rooms di Hofesh Shechter visti a MilanOltre - Milano il 2 Ottobre 2008 - di Annalì Rainoldi

“If you think about the cosmos, it’s a complicated thing…” recita più volte la voce metallica di Hofesh Shechter in apertura di “In your rooms”.  Nell’immaginario collettivo contemporaneo la parola cosmo trova una comune affinità elettiva con caos, assenza di ordine, dominio dell’informe, dell’imprevedibile, dell’irregolare. Kosmos, però, è la parola coniata dalla scuola pitagorica per indicare l’ordine. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, scienziati appartenenti a diverse discipline sono impegnati nella dimostrazione della teoria secondo la quale dietro il caos c’è in realtà un ordine nascosto che origina fenomeni complessi a partire da regole molto semplici e basilari. Si potrebbe quindi affermare che Shechter sia d’accordo con George Santayana  quando dice che “Chaos is a name for any order that produces confusion in our minds”. Dunque caos diventa sinonimo di un ordine così complesso da sfuggire alla percezione umana, ma all’interno del quale l’uomo per sopravvivere si organizza secondo sistemi in cui ordine e disordine, equilibrio e non equilibrio vivano e coesistano in sintonia.
In “Uprising” e “In your rooms”, le due coreografie presentate al Teatro degli Arcimboldi per la XXII edizione del festival MilanOltre, il trentatreenne coreografo israeliano di nascita, british d’adozione, mostra la sua visione della società e delle relazioni umane attraverso una strutturazione e un’orchestrazione degli elementi scenici limpida, puntuale e deflagrante allo stesso tempo. Crea così due mondi distanti, dominati da dinamiche differenti ma accomunati da quello che può essere definito come una sorta di caos organizzato. L’occhio di chi osserva resta quasi ipnotizzato da quel micromacrocosmo riprodotto sulla scena, vibrante di un’energia che colpisce e rende attivo e partecipe ogni senso.
L’uso dello spazio, così come la composizione coreografica e la danza stessa, in entrambi i lavori, riflettono emblematicamente questa visione. Corpi prima dispersi si ritrovano con estrema precisione in sequenze di contrappunti e canoni o in estatici momenti di unisono per poi sciogliersi, dissolversi, sparire di nuovo. Si ripetono, ma arrivano sempre in tempi imprevedibili, gli attimi in cui i danzatori, che sembravano concentrati solo sui propri movimenti, si ritrovano invece improvvisamente su una fila impenetrabile, in un gruppo a spirale, in una formazione a scacchiera per riprendere la ripetizione di pattern altamente sincronizzati.

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LSD #02 - MK, per una logica dell’assurdo

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Su Comfort di MK visto a SHORT THEATRE - ROMA il 10 Settembre 2008 - di Sarah Paroletti.

ROSE: What about your sister, Mr Kidd?

MR KIDD: What about her?

ROSE: Did she have any babies?

MR KIDD: Yes, she had a resemblance to my old mum, I think. Taller of course. […]

ROSE: What did she die of?

MR KIDD: Who?

ROSE: Your sister. [Pause]

MR KIDD: I’ve made ends meet.

Non siamo di fronte a una scena pinteriana o a un qualche teatro dell’assurdo, ma la mente corre a quei dialoghi mentre si assiste a COMFORT di MK. Qui, infatti, dialoghi muti nascono dagli spazi e dai movimenti creati dagli interpreti, ciascuno chiuso in un solitario monologo/assolo. Gli MK creano, in maniere diverse, vari spazi che esistono uno accanto all’altro e interagiscono,senza una vera comunicazione, soltanto attraverso frasi di movimento pronunciate da performer, isolati nei loro discorsi fatti di dinamica.

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LSD #01 - Sondaggio dello spettatore a se stesso

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Su La cosa 1 di Teatro Sotterraneo visto a SHORT THEATRE - ROMA il 10 Settembre 2008 - (di Marina Dammacco).

Lo spettacolo La Cosa 1 del Teatro Sotterraneo ti sembra riconducibile a:
1)    una trasmissione televisiva con finti giochi interattivi
2)    un non accadere continuo senza spettatori

Risposta n. 1 La dimensione televisiva è piatta. Cerca adesione netta alla sua superficie. Lo spettacolo comincia con il suono di applausi fragorosi in uno spazio buio e vuoto. Questo è il giusto segnale del comportamento di un pubblico da televisione: stiamo già approvando ciò che ancora non abbiamo visto. Dopo l’applauso seguiranno immagini, parole e modelli ormai saturi, impermeabili a qualsiasi ingresso e scoperta di senso, camuffati dall’apparente ironia del linguaggio, dalla complicità tra chi fa ridere e chi ride.

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