Vanda Monaco Westerståhl e Gli ammutinati del Bounty redux
Un’intervista di Laura Mariani Meldolesi
Ho intervistato Vanda Monaco Westerståhl l’11 maggio, dieci giorni prima del debutto degli Ammutinati del Bounty redux al Teatro San Martino di Bologna, dopo aver seguito le prove dello spettacolo. Ci troviamo nel luogo delle prove: uno scantinato di quasi 300 metri quadrati, da un anno pagato e gestito da Silvia Magnani, Fabrizio Molducci e Claudia Caputo, per realizzarvi incontri ed esposizioni d’arte, laboratori e prove. Da una parte c’è una sorta di scatola scenica con pedana e al centro alcuni pilastri, poi tanti angoli con divanetti e sedie, leggii e libri usati, gabbiette d’uccelli , vestiti e altri oggetti di scena… Un ambiente che testimonia una volontà irriducibile in mancanza di sovvenzioni: sembra di essere altrove, in una periferia parigina o in una città americana.
Come si addice a Vanda, il contrario del provincialismo: passata dalle prime esperienze teatrali con Gian Maria Volontà all’Università, da docente di Storia del teatro, fino all’abbandono di tutto per seguire un logico matematico in Svezia e lì ricominciare: dando vita a un importante teatro interetnico, facendo la dramaturg, la regista e l’attrice dopo aver preso lezioni di interpretazione in svedese da Erland Josephson e aver condiviso la scena con Gunnel Lindblom. Autrice di vari libri, si divide ora fra Stoccolma, Napoli e Bologna ed è in partenza per New York. E poiché è buona norma che l’intervistatore faccia conoscere il punto in cui si colloca, dichiaro sin d’ora la mia amicizia con l’intervistata e la mia ammirazione per le sue tante vite segnate dall’arte e per il suo saldo radicamento nella contemporaneità. Un insieme di elementi che fa di lei un’attrice particolarmente interessante se si vuole indagare un’intellettualità diversa che nasce dalla scena. Continua a leggere ‘Vanda Monaco Westerståhl e Gli ammutinati del Bounty redux’ »

Non ricorderemo solo come storico del teatro Claudio Meldolesi, morto sabato a Bologna. Oggi ci manca l’amico suscitatore di pensieri, il compagno appassionato lungo la strada di quella straordinaria avventura che sono stati quarant’anni di nuovo teatro italiano. Studioso rigoroso della storia del teatro certo lo era, e dei migliori, ma la sua curiosità intellettuale e la sua passione civile, quasi indistinguibili giacché l’una costantemente tracimava nell’altra, lo hanno costantemente tenuto a contatto con il teatro vivente, con la sua indistricabile contemporaneità. Ricordandoci anche così che il passato nel teatro è sempre virtuale, che la memoria dell’arte dell’attore è destinata a una periodica cancellazione.

Tiziana Conte è la coordinatrice generale del progetto delle GIORNATE della DANZA CONTEMPORANEA SVIZZERA.
(a cura di Elfi Reiter) E’ interessante notare come allievi di grandi maestri riflettano temi e attenzioni politico-sociali inventando al contempo scritture molto personali, aderenti al soggetto trattato. L’argentino Alejo Hoijman, classe 1972, ha iniziato a 19 anni a collaborare con Fernando Solanas (al montaggio) prima di iscriversi al master in arti, cinema e teatro dell’università di Buenos Aires. Il suo Unidad 25 (coproduzione tra Argentina, Spagna e Olanda vista nella sezione internazionale.doc a cura di Davide Oberto al 26° Torino Film Festival diretto da Nanni Moretti) racconta la storia del giovanissimo Simòn Pedro che viene trasferito da un carcere normale all’Unità penitenziaria 25, “unica chiesa-prigione al mondo” – come si legge sul catalogo – perché gestita direttamente dalla chiesa evangelica. I detenuti hanno libertà di movimento all’interno, vivono in celle da due o da quattro, organizzano anche festicciole, possono chiacchierare tranquillamente, però si devono sottoporre alle dure e insistenti lezioni di indottrinamento religioso. L’oggi trentaseienne cineasta traduce questa condizione di doppia prigionia, reale nel carcere e mentale nella religione imposta, in inquadrature dove le sbarre sono onnipresenti, se non fisicamente esse si manifestano nello sguardo distaccato, nel montaggio o nei racconti emotivamente staccati dei loro delitti. L’accostare momenti di svago dei prigionieri ai momenti in classe per urlare meccanicamente fede a un dio a loro lontano, sottolinea l’intento base della chiesa evangelica nel formare adepti con ogni mezzo e il quesito di partenza del film: dove risiede la vera violenza, nell’atto criminoso o nell’imporre una precisa visione del mondo?