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Dark-room
è un ambiente in cui, fuori dalla discrezione politicamente corretta della filologia, l’intuizione critica sul teatro vuole rivelare il “grande teatro del mondo”; è lo strumento attraverso il quale si vuole dare dignità mitica alle azioni del corpo nella storia. L’azione critica non consiste nell’individuare i nessi tra spettacolo e rappresentazione, quanto quei nuclei che trasformano, oggi, la cronaca e le politiche del corpo in qualcosa di estremamente potente a livello di condivisione simbolica, pari alla comparsa dell’attore sulla scena di Dioniso. Compito del critico “impuro” è la selezione dei fatti, la loro interpretazione e il rilancio di questo immaginario. In altri termini, creare un luogo critico che abbia una propria specificità immaginifica, che trascini con sé le forme di un immaginario sentito particolarmente incline alle mutazioni del contemporaneo. Per chi non lo sapesse, con il termine “dark room” si intende solitamente quel luogo, presente in alcuni club per soli uomini, in cui si mette in gioco violentemente l’inespresso di tutta una sfera sessuale. È lo spazio dove prendono forma, nel buio, i desideri più reconditi, le pratiche più devianti. L’incontro, pur aperto e libero, declina sempre sul moltiplicarsi della propria solitudine, e mira, ancora una volta, al nero. Eppure contiene una sua sacralità, non solo per i rituali specifici che vengono messi in atto, ma perché in fondo è sempre un corpo a corpo con il fantasma della morte. E quindi della Bellezza.
Dec-room / pensieri decompressi
è uno spazio creativo in cui l’artista accoglie la sfida di farsi decomprimere per poter riemergere, almeno per un attimo, sulla superficie cartacea di “Art’o”. Lo spazio messo a disposizione [due pagine, altezza 19 cm x 21 cm di lunghezza] potrà essere usato senza soluzione di continuità, in senso verticale o orizzontale, con i codici che l’autore ritiene più opportuni: dal disegno, all’immagine fotografica, dal verso al collage… Due pagine diventano possibili finestre in cui l’artista può lavorare liberamente su un tema che la rivista, di volta in volta, gli affiderà. Una vera e propria commissione per un tentativo di “rinascimento” minimale.
